Appuntamento in tarda mattinata in zona Brera, a casa di Gilda. Lei è appena tornata da un viaggio di lavoro a New York; Davide invece è in partenza per Castelnuovo Scrivia, in provincia di Alessandria, una volta terminato il dialogo.
Davide
La prima volta che in studio abbiamo abbinato il concetto di cura, ossia di prendersi cura delle cose, al concetto di design, è stato nella tua testata.
Gilda
Nel ’20.
Davide
Esattamente, perciò sei anni fa. Quando te l’ho proposto, cosa hai pensato?
Gilda
Prima di tutto, sai benissimo che ogni volta che mi proponi una cosa io sono sempre pronta e attenta a ciò che dici, perché hai una visione diversa dagli altri.
In questo caso, il tema è intendere la “cura” in senso esteso, dal suo “tradizionale” significato, cioè la cura delle persone, alla cura dell’ambiente, del territorio, dei prodotti, della cultura. La sostenibilità nel verso senso della parola. Cos’è la sostenibilità? È cura.
La cura sanitaria è la conseguenza della non-cura del territorio e delle sue comunità.
Davide
Giustissimo.
Gilda
Bisogna definire e avere consapevolezza della definizione della parola “cura”, della parola “sostenibilità”, della parola “design”. Tu lo dici da sempre: “design”, da “disegno” e “de-signo”, che vuol dire “progetto” ed è l’origine della cultura del progetto, ovvero l’accompagnamento del progetto dal disegno fino al consumo.
Davide
Fino alla realizzazione, fino a che diventa “res”, “cosa”. Poi c’è il consumo.
Gilda
Esatto, fino ad arrivare al consumo. La cura è anche consumo, perché il consumo è sinonimo di tutela e durata del prodotto. Vuol dire non buttare via le cose che ti accompagnano. È un riciclo eseguito da chi consuma, che cerca di farne un uso multiplo, ma anche da chi crea, dall’azienda produttrice. Posso farti tantissimi esempi di installazioni che abbiamo curato su questo tema – la prima che mi viene in mente riguardava il riciclo degli imballaggi che diventavano bottigliette, borse, vasi. Quando quindi parli di cura e di design della cura, parli di un tema cruciale oggi più che mai. Tutti ne dovrebbero parlare e per fortuna molti lo fanno.
Il nostro evento alla Design Week è stato chiamato “Materiae”, alla latina. Con l’installazione “La man che ubbidisce all’intelletto” sulla maestria del saper fare cinese, voi avete interpretato questo concetto come origine della manualità dell’artigiano che compone il prodotto. E infatti per materia si intende anche disciplina, è la distinzione di saperi differenti, dall’archeologia all’agricoltura passando per il design.
Per ricapitolare, la cura è ciò che sta a cappello di tutto quello che facciamo.
Davide
Ed è prima di tutto un sentimento. Perché per prendersi cura, serve il sentimento.
Gilda
Tu aggiungi il sentimento, quindi un sapere che viene dell’anima. Io ti sto parlando, oltre che a questo aspetto che avevo trascurato, a tutto il processo ideativo e realizzativo che noi viviamo. Pensiamo ad esempio all’azienda farmaceutica Zambon, che insieme alla direzione artistica del nostro amico Michele De Lucchi, ha dato vita a un’installazione, Tracce di Cura, che parla proprio di questo: cura nella progettazione della fabbrica, cura nel design del confezionamento, cura nella bellezza di ciò che produce. Ricordiamoci che la bellezza è fondamentale. Se parliamo sempre di farmaceutica, con la bellezza del packaging riesci a restituire un elemento in più di cura nei confronti di chi purtroppo sta combattendo una malattia cronica.
Un altro esempio è il progetto che ho fatto con il Fatebenefratelli. Il Fatebenefratelli doveva fare l’istituto di senologia, dove poter fare le mammografie. A fine marzo 2017, sono andata a fare la mia mammografia in ritardo di due anni e mezzo – sai, dopo trent’anni che ogni volta che la vai a fare ti dicono sempre “tutto bene”, il rischio di prenderla sotto gamba c’è. Due giorni dopo, mi chiamano e mi dicono di avere il cancro al seno. Quando finii il mio percorso, decisi di dare loro una mano per fare l’istituto. Così chiamai il designer Rodolfo Dordoni, a cui era stato diagnosticato il cancro sempre al Fatebenefratelli. Lui accettò, chiamò il suo architetto e ci siamo dati subito da fare: abbiamo messo tavoli, sedie, attaccapanni di finissima fattura. Ci siamo messi in contatto con una serie di aziende e abbiamo arredato lo spazio. Anche questa è cura delle persone: creare un posto gradevole che possa rasserenare e acculturare.
Davide
Ma infatti questa idea di rendere le cose belle ricorda l’operazione che abbiamo fatto in occasione dell’Expo con il Refettorio Ambrosiano. Quando diamo da mangiare ai poveri, perché ci deve essere la luce al neon o un arredo triste?! Perché rendere il mangiare degradante?! Nel senso che degrada l’uomo. Invece ti ricordi cosa abbiamo fatto?!
Gilda
Certo che me lo ricordo. Avevi coinvolto De Lucchi, Riva, Thun, Rota, Cerri, Citterio. C’erano tutti.
Il cibo è essenziale per la cura di una persona, perciò bisogna prendersi cura anche di quel momento, arredarlo come si deve. Perché la bellezza conforta.
Davide
Non a caso, infatti, la parola “arredo” viene dal gotico “garedan”, che significa “aver cura di”, “provvedere”, rimandando quindi all’idea di preparare, di rendere adatto un luogo a chi lo abita. Non solo oggetti, ma gesti. Quello che tu hai fatto al Fatebenefratelli è un gesto. Il gesto è la cosa più importante, perché ha trasformato quel luogo senza gesti, perciò anonimo.
Gilda
E vedi la sensibilità sia di chi ha deciso di agire – in questo caso lo staff del Fatebenefratelli – sia di chi ha deciso di capire e aiutare. Però a monte c’è tutto quello di cui abbiamo parlato prima: la ricerca, la capacità, la visione. Pensa agli imprenditori: non tutti farebbero operazioni di questo tipo, solo gli imprenditori illuminati. Però adesso, fortunatamente, la necessità ormai obiettiva della sopravvivenza spinge sempre più persone a fare qualcosa che possa permettere alle nuove generazioni di andare avanti.
Davide
Questo mi fa venire in mente una cosa molto importante e mi rivolgo alla tua complessa formazione, perché oltre al design tu hai una formazione molto variegata. E adesso che sei al vertice di una testata editrice e quindi sei un editore, hai non solo la competenza degli argomenti di cui parli, ma una sensibilità rispetto alla vita.
Gilda
Questa sensibilità proviene dal rapporto con le persone, dalle ricerche, dalle frequentazioni nei vari campi che vengono assorbite e che io poi trasferisco nella rivista, ma che potrei trasferire in un altro campo. In questo momento e ormai da un po’ di tempo, li trasferisco attraverso un mezzo di comunicazione. Essendo però un mezzo di comunicazione che parlerebbe a un pubblico ristretto, ho sempre cercato di andare oltre e raggiungerne uno più generico, perché adesso la cultura del progetto, la cura, la sostenibilità, il riciclo, sono diventati temi che ci accompagnano nella vita quotidiana, no? Allora perché il Fuori Salone? Perché andare in strada? Perché andare all’estero? Il mio obiettivo è dato da un’intuizione di più di 30 anni fa. All’estero si pensava allora che le aziende italiane e il saper fare italiano avessero dei fatturati incredibili. Quando io dicevo 50 milioni, pensavano che nella traduzione avessi rimosso uno zero. Ma se loro vanno all’estero per farsi conoscere, allora io devo andare con loro, accompagnarli, comunicare.
Quello che noi facciamo dalla mattina alla sera è proprio questo. Lo si fa in vario modo, per esempio anche con la cura delle relazioni. La cura ha molte forme.
Davide
Siccome stai dicendo che la cura possiamo estenderla a ogni campo, pensiamo alla cura del linguaggio. Oggi si abusa di certe parole. Ad esempio, “contemporaneità”, un termine che spesso viene abbinato retoricamente con “tradizione” in modo insopportabile a mio avviso. Per contemporaneità si pensa alla tecnologia, alla scienza, al progresso, all’ultima frontiera. Tu trovi che sia giusto questo concetto di contemporaneità?
Gilda
Sai, secondo i momenti e i contesti c’è la contemporaneità. Quando dici “tradizione”, la contemporaneità accompagna il momento. Quando vai avanti, la contemporaneità diventa tradizione, diventa memoria.
Davide
Ma è contemporaneo tutto ciò che attiene alla tua vita e non in senso meramente temporale. Anche il Colosseo è contemporaneo quanto un cellulare, perché la memoria è parte fondamentale della vita.
Gilda
Certo. Io sono stupita e al contempo contenta di avervi conosciuto, di aver conosciuto Castiglioni o Magistretti – figure che adesso che non sono più contemporanee, ma in realtà lo sono perché i loro oggetti vivono. Come il Colosseo, che riesci a vivere ancora adesso, magari in modo diverso grazie alle tecnologie “contemporanee”.
Poi è fondamentale il tema del ricordo. Il ricordo testimonia la nostra capacità di capire, interpretare e inventare.
Perché le conferenze sono molto importanti? Nessuno di noi è un tuttologo e andare alle conferenze ti apre mondi nuovi! È come se fosse un seme che poi tu coltivi come meglio credi. Io ho inventato il Fuori Salone grazie a una conferenza di Anonima Castelli insieme ad Artemide e altre aziende: avevano aperto uno spazio a Long Island e il progetto di comunicazione lo aveva fatto Vignelli. Io alloggiavo in un hotel vicino al Paramount di Starck a Broadway. Durante quei giorni, riflettevo al titolo Off-Broadway (n.d.r. letteralmente “Fuori Broadway”, produzioni teatrali messe insieme sull’omonima strada) e ho pensato: “Fuori Salone”! È la sua traduzione, è perfetto! E alla prima guida a Parigi l’ho chiamato Salon-Off!
(n.d.r. ridono entrambi)
Davide
Certo!
Gilda
Troppo divertente! Ho sempre cercato di divertirmi, come te!
Davide
Assolutamente. Ci siamo sempre divertiti.
Gilda
Dobbiam curarci no? Curare il nostro divertimento.
Davide
Brava. Prenderci cura del nostro divertimento.