Ci siamo trovati al LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della Statale, in via Luigi Mangiagalli 37, di cui Cristina Cattaneo è direttrice.
Davide
La prima volta che in studio abbiamo abbinato il concetto di cura, ossia di prendersi cura delle cose, al concetto di design, è stato nella tua testata.
Cristina
Davide
Mi piacerebbe molto che tu definissi ciò che fai senza usare termini tecnici.
Cristina
Ti direi allora che studio il corpo, in tutte le sue forme – dalla persona viva alla persona morta, fino al corpo scheletrizzato di 2000 anni fa – per ricostruire una storia di identità, di vita e di morte.
Davide
Perciò ricostruisci la vita del corpo.
Cristina
Ricostruiamo, per quanto possibile grazie agli strumenti della scienza, la sua vita, come è vissuto, di che cosa ha sofferto, come è morto. E poi, in tanti casi, tutti questi elementi ti portano a capire chi fosse, da dove veniva, quanti anni aveva, cosa mangiava. Quindi una sorta di identikit di questa persona, anche se in realtà è molto di più: è una narrazione attraverso il corpo che, nel mio mestiere specifico, diventa per forza di cose la ricostruzione di una verità che riguarda un crimine o la perdita di un’identità che va ritrovata. Questo riguarda anche i corpi di 2000-3000 anni fa. Ricostruiamo la loro storia per dar loro l’opportunità di raccontare un’ultima cosa attraverso i loro resti, che riguarda gli aspetti della loro vita. Questo è il mio lavoro.
Davide
Qual è l’incrocio delle scienze che ti servono a rammendare questa storia? Perché è proprio un rammendo che tu fai.
Cristina
È un rammendo. È cucire insieme dei pezzi che, ripeto, sotto il profilo del mio lavoro attuale, come medico legale, servono per ricostruire un crimine, un abuso, una violenza, un’identità, ma che in senso più lato rivelano una traiettoria di fenomeni sociali che le fonti scritte non comunicano. Ad esempio, i bambini che status avevano in passato? Chi erano i vulnerabili in una particolare epoca storica?
Le discipline sono tante e, in qualche modo, studiano tutte il corpo.
C’è “l’occhio nudo”, quindi l’antropologia e la medicina, che sono il fulcro; poi ci sono discipline un po’ più tecnologiche, come la genetica e la chimica, che insieme ti dicono cosa ha mangiato una persona, da dove viene o che origine ha.
Oggi abbiamo degli strumenti microscopici potentissimi e, di conseguenza, una disciplina nuova, quella della microscopia, che ci permette di vedere il micron – ad esempio una malattia particolare attraverso la struttura microscopica dell’osso. Poi c’è la radiologia, le TAC.
C’è un’altra cosa molto interessante che succede soprattutto quando un corpo morto rimane troppo a lungo in un ambiente. Locard, un criminologo francese, diceva che “ogni contatto lascia una traccia”. Lui lo intendeva in senso criminalistico, ma in realtà il cadavere colonizza la terra in cui è e viceversa. Questo scambio fa sì che poi la narrazione di quello che è successo ai resti del corpo sia demandata a discipline come la botanica, l’entomologia e la geologia: se ci troviamo in un ambiente aperto, studiamo come il corpo è entrato in relazione con muschi, foglie, radici, muffe, mosche, larve.
Ci sono quindi tante discipline che, diciamo così, abbracciano questo mestiere e ci permettono di ricostruire le vite delle persone in un’ottica di diritto, di giustizia.
Davide
Quando parlavi di medicina, hai rivelato una forte componente sentimentale. Il medico è sempre stato, all’inizio, un sacerdote.
Cristina
Era, purtroppo. Non lo è più.
Davide
Ecco, purtroppo. Quanto senti dentro di te questa parte sacerdotale, rispetto a quello che abbiamo detto?
Cristina
È un ingrediente tanto importante quanto la parte più scientifica. Le cose non si possono scindere. Anche se bisogna controllare che non ci sia troppa commistione. Una non deve influenzare l’altra, ma una accompagna l’altra. Non puoi capire una storia di una vittima di violenza, aggredita ad esempio due ore fa, senza quel “sentire”, senza empatizzare con la vittima stessa. Molti dicono che se empatizzi è peggio. Ma assolutamente no. Empatizzare col paziente vuol dire spiegare perché sei lì, ascoltare tutto quello che quella persona ha da dire. Questo è un elemento fondamentale, sacrosanto, per rammendare. Ascoltare è importantissimo anche come atto terapeutico. Molto spesso quando accudiamo i bambini maltrattati, le donne maltrattate o gli uomini maltrattati – perché le vittime ci sono da tutte le parti – metà del lavoro è proprio far loro raccontare. A me questo serve tantissimo per fare una relazione che possa poi convincere una commissione o una prefettura a garantire loro qualche forma di protezione; o convincere un giudice che c’è stato quel reato. Ma questo è secondario. L’effetto che ha sulla persona quel gesto di accudimento, il dire “Ho visto, è vero, ma va tutto bene perché c’è un seguito”, è la componente umana che secondo me non può mancare. Vuol dire che tu puoi star lì tre ore ad ascoltare.
E quel racconto non va interrotto. Perché è condivisione. Noi questo lavoro lo facciamo per gli altri e se non riesci a recepire le loro esigenze, la speranza di farlo bene non esiste.
Quindi è impossibile scindere le cose, non ci devono essere scudi. Devi sapere gestire le tue emozioni, per il bene della persona che hai di fronte, ancor prima che per il tuo bene.
Quando passiamo al morto, il morto ha un suo linguaggio, a volte molto più eloquente del vivo. Perché il morto ti racconta ciò a cui non c’è più rimedio. Anche qui mi vengono in mente i migranti: come sono questi barconi? Cosa hanno provato quando hanno messo la testa dentro la stiva e capito lo squallore in cui si trovavano? Il linguaggio del morto, cioè l’attività scientifica del morto, è quindi altrettanto empatica. Quando stai lì per ore a esaminare fino all’ultima tasca o callo per capire che cosa hanno da dirti, se non riesci a empatizzare non capirai mai veramente né la soluzione del delitto né come raccontare la loro storia e tenere alta la loro memoria. Perché i morti si portano dietro i vivi che vivono la tragedia. Noi tutte le mattine, prima di fare l’autopsia, raccogliamo il racconto dei familiari per capire di che malattie soffrivano o altro. E anche qui, l’ascolto della narrazione degli ultimi giorni, del senso di colpa del padre o del figlio, è qualcosa che va oltre quello che devi fare, ma fa parte dell’umanità che tu stai accudendo e quindi è un dovere come medico anche quello di ascoltare il familiare, senza fare gli psicologi o gli psichiatri, che non siamo. Ma ascoltare magari le ragioni di un suicidio, se soffriva di depressione, se prendeva dei farmaci, serve alla persone che poi dovrà condividere quella storia.
Sotto un profilo egoistico, invece, comprendi una parte di umanità che può essere tremenda quanto meravigliosa: nella storia ad esempio di una figlia il cui padre è diventato un senzatetto a causa della sua tossicodipendenza ed è stato ucciso ai margini della società, vedi la tragedia dell’omicidio, la bruttezza, la fine che si può fare da persona che prima era più o meno normale, ma vedi anche l’enorme affetto e amore che prova una figlia malgrado tutto.
Questa è la vera ricchezza che riceviamo, una ricchezza di umanità che spesso non si vede. Il nostro è un osservatorio privilegiato sull’umano, nella parte più brutta e nella parte più bella, perché da questi racconti capisci anche i problemi della società: l’anziano che vive da solo e la cui morte viene scoperta solo dopo sei mesi; chi doveva essere seguito sotto un profilo psicologico, ma poi non ce la fa più e si butta dal quarto piano; l’omicidio; la donna che era depressa ma poi si scopre facendo l’autopsia che era maltrattata. Tutte queste realtà – ne potrei citare tantissime – sono realtà in cui la parte tecnica è lo strumento per arrivare poi, se hai voglia, a leggere un’umanità che è estremamente ricca sotto tanti profili, nelle cose più tenebrose, ma anche in quelle più luminose. E, per rispondere alla tua domanda, se non fai questo non sei un medico, non puoi far bene il tuo mestiere. Perché il mestiere non è soltanto tagliare o visitare. Io credo questo valga anche per i medici normali, non solo per i medici legali.
Davide
Sono totalmente d’accordo. Il medico in questo caso era un sacerdote, era un ministro dello spirito, nel senso ampio della parola. Del resto quello che tu dici, rispetto al terribile e al sublime dell’esperienza, può essere raccolto perfettamente da un missionario.
Cristina
Certo. E molto spesso si fatica ad associare questa professione a una missione, si pensa sia solo un lavoro. Ma non è un lavoro. Tu l’hai descritta benissimo, hai parlato del sublime. Però sì, c’è una componente molto missionaria, nel senso proprio di missione.
Davide
Nel senso delle parole! Nel senso alto e nobile del termine.
Cristina
Credo proprio di sì.
Davide
Questa cosa porta sempre di più a raffinare un’arte che è una delle arti vere dell’uomo: l’arte dell’ascolto.
Cristina
Sì, fondamentale. L’ascolto sotto diversi profili. Tu puoi ascoltare l’umano, puoi ascoltare anche ciò che ti racconta indirettamente un corpo. Devi volerlo, devi cercarlo sia con le parole che con il gesto tecnico. Prima mi hai chiesto qual è il mio mestiere, è questo: ascoltare per poi trasmettere sotto diversi livelli – il dato tecnico per la procura, il dato emotivo per la società – e raccontare cosa stiamo diventando. Ogni tanto si vedono dei barlumi di bellezza.
Davide
Nell’ascolto non è permessa la distrazione.
Cristina
È verissimo, infatti è molto logorante, è molto stancante.
Io non so se questa cosa si può insegnare. In America adesso molti medici e medici legali, che hanno a che fare con queste realtà, fanno sessioni e debriefing psicologici e psichiatrici per capire come gestire meglio l’ascolto. Noi qui non abbiamo mai fatto questa cosa, abbiamo imparato sul campo. Non so quanto si possa insegnare, ad esempio, l’intuizione del momento giusto in cui puoi permetterti di fare una pausa o di distogliere lo sguardo. È qualcosa che senti nel momento in cui crei una connessione, non è qualcosa che puoi insegnare.
Davide
Posso dirti una cosa? Non si può fare didattica, ma a mio avviso, se hai degli allievi, devi fare esattamente quello che facevano nelle botteghe rinascimentali. L’insegnamento, ossia il segno dentro, viene per mimesi. Così percepisci tensioni, allentamenti, distrazioni, cominci a sentire una cosa. Per questo ho detto il sentire. Ma l’uomo ha smesso di capire, di essere attento al suo sentire.
Cristina
Infatti è molto difficile trovare allievi che riescono a comprendere il contesto, a gestire situazioni distrutte dalla tragedia, dalla tristezza, dalla rabbia. È un’arte, una capacità, un senso che stiamo perdendo.
Davide
Nella cultura contadina, l’uomo curava e conosceva il vegetale, l’animale, per cui aveva grande empatia, oltre che conoscenza. Tanto è vero che nel gregge li chiamavano per nome e dicevano: “Quea xe brava, quea non ga voja de lavorar (n.d.r. “quella è brava, quella non ha voglia di lavorare”). E questa è empatia. Il contadino, nella sua lingua, si sapeva esprimere. Ho fatto questa premessa per dire che l’uomo riusciva ad esprimere i suoi sentimenti. Quello che io oggi trovo terribile è l’incapacità di raccontarsi, di esprimere sé stessi.
Cristina
Sì, mi ritrovo nei tuoi racconti, perché quando ero bambina, i miei nonni erano contadini e vivevano in campagna. Dalle mie parti la sera ci si metteva fuori a parlare e parlare, però quando si facevano discorsi seri, questo lo diceva anche molto il mio papà, le parole erano misurate per un senso di dignità, di rispetto, di pudore. E trovo che alcune parole del dialetto monferrino, quello delle mie parti, danno un significato che è intraducibile, che esiste solo in quella lingua. Magari bastava una parola per far ammutolire tutti e una per far ridere tutti. C’era una condivisione di sentimento e di linguaggio che oggi non c’è. Oggi paradossalmente, si parla tanto dei diritti di apertura mentale, dell’era della comunicazione, ma la gente non comunica più. Io sono convinta di questa cosa e mi dispiace perché vedo che c’è un impoverimento. Non so a cosa sia dovuto, ma non c’è un esercizio emotivo e mentale al pudore, alla dignità, al dettaglio, al rispetto, alla sottigliezza.
Davide
Stai dicendo delle cose che sento totalmente. Perché la finezza era totale e hai ragione, quei vocaboli non si possono tradurre. Oggi si è disperso tutto e la gente parla per luoghi comuni.
Cristina
Non sa neanche guardarsi. Gli sguardi si sono completamente persi. Non lo so, come facciamo a recuperarlo? Questa è la cosa che a me spaventa di più. Pensiamo alle differenze: se due persone hanno un aspetto diverso, una pelle chiara e una pelle scura, non si parla di questa differenza, si tende a vedere tutto uguale. Invece non c’è cosa più sbagliata, a partire dal profilo scientifico, che non ammettere, non descrivere e non parlare delle differenze che, sotto un profilo biologico, sono adattative. La società senza differenze non si evolve. Quindi è una legge biologica prima ancora che culturale. “Tutti uguali” è una falsità, traduciamo questo slogan insopportabile in “siamo tutti diversi ma con gli stessi diritti” e forse andremo da qualche parte.
Davide
Assolutamente, è una grandissima idiozia. Tanto è vero che la qualità è “la ricerca e la narrazione delle differenze”. E la narrazione della qualità delle differenze si chiama conoscenza. Perché se fosse tutto uguale sarebbe tutto omogeneo. Questo ha molto a che fare con l’incapacità di esprimere i sentimenti.
Cristina
Bravissimo, sono d’accordissimo. Tornando al dialetto, la ricerca di un significato preciso, la ricchezza degli stati d’animo descritti in monferrino, rispetto all’italiano, è incredibile. Questo secondo me rappresenta un’attenzione al prossimo. Cioè, se tu hai dieci modi di definire l’essere felice, vuol dire che hai una sensibilità molto elevata perché sei in grado di distinguere. Adesso si vede che c’è uno smarrimento totale, c’è un appiattimento e questa è la cosa che più mi spaventa, l’appiattimento che c’è nella ricerca della conoscenza. E nella ricerca del dato vero, della realtà scientifica, possiamo dire che ci vogliono gli stessi tipi di strumenti sensori. Perché, per percepire la gente, gli umori, gli stati d’animo, hai bisogno di raffinatezza, di varietà di strumenti. Allora,
ho il terrore, e qui ci sono degli articoli che lo confermano, che ormai la mente umana non sia più in grado di scavare, ma solo di scandagliare.
Il processo di apprendimento negli anni ‘60, ‘70, ‘80, mi ricordo che era molto diverso dal processo di apprendimento di oggi. Era molto più duro, forse i metodi di allora oggi sono un po’ anacronistici, non conosco le scuole di pedagogia per cui non potrei dire, ma quello che vedo è una facilità a fare in modo che la mente giovane si formi per informazioni acquisite facilmente, tante, ma senza approfondimento.
Davide
Del resto sta scomparendo la poesia. La poesia come arte. La poesia è la sintesi e testimonianza profonda di tutto questo. Ma credo che esista un DNA intimo del sentimento, deve esistere, se ci pensi. Ti faccio un esempio interessante. Angelo Inglese è il più grande camiciaio italiano, vive in Puglia. L’hanno chiamato da tutto il mondo, ma lui è rimasto a Gravina, ha comprato un palazzo e i telai per tessere. Perché in Puglia si alleva ancora oggi una delle razze ovine più straordinarie per la lana, la Merinos, che produce una lana meravigliosa. Lui ha coinvolto le nonne, che hanno la sapienza del mestiere, però ha chiamato anche i nipoti delle nonne. E mi disse: “ci credi che dopo un mese o due i giovani è come se l’avessero sempre saputo fare?”. Allora capisci che non è solo un’arte, ma una dimensione dello spirito che può riaffiorare. Non c’è dubbio, ci credo profondamente. Stessa cosa vale per la poesia.
Cristina
In questo sono una riduzionista biologica. Montalcini ci insegna nelle prime ricerche che tu hai un codice, dalla A alla Z, per cui sei predisposto a fare certe cose, sennò non ci sarebbe diversità. Sicuramente c’è quello che nasce con un maggiore afflato, probabilmente innato – noi diciamo innato, ma magari tra cent’anni sapremo da dove arriva. Ci sono i neurochirurghi che ci stanno insegnando che basta avere un ictus e diventare un artista; ci sono neurobiologi fantastici che ci raccontano che basta una lesione e una persona può cambiare in peggio o acquisire una sensibilità che prima non aveva. Non si perde nessuna poesia per me, perché quello che siamo, lo spirito, è fortemente plasmato. Come una pianta, dipende dall’ambiente in cui si trova. Detto ciò, temo che stiamo andando verso un linguaggio emotivo molto meno alfabetizzato, molto meno dettagliato.
Davide
Verso una omogeneizzazione delle differenze.
Cristina
Non le vediamo né le apprezziamo. Quindi che cosa succederà? Cosa succederà tra 50 anni se la deriva è questa? Non lo so. Magari ci sbagliamo, magari c’è una risorsa, magari stiamo di fronte a corsi e ricorsi. Però il nostro è un periodo di empatia particolarmente basso. In questi trent’anni di mestiere ho visto il calo.
Davide
Se parliamo poi di profilo emotivo, l’emovere, ossia il movimento, è la vita. Se noi perdiamo il movimento, ci congeliamo, è finita.
Cristina
Tra l’altro, pensiamo di essere più liberi, di avere libertà di pensiero. Io lo vedo nei ragazzi: “non vedo le differenze, quindi sono uno che rispetta i diritti degli altri”. E io temo che queste siano convinzioni sbagliate, perché è vero esattamente il contrario.
Tu puoi rispettare la gente solo se la conosci e ne riconosci le differenze, per cui riconosci gli stessi diritti a tutti, indipendentemente da come sono.
E il fatto di non credere in niente sembra un tratto positivo. Essere completamente atei oggi è un vanto. “Io sono ateo e sono meglio degli altri”. Poi bisogna capire se intendono il vero senso della parola ateo o agnostico, ma comunque piace molto al ventenne di oggi dire di essere ateo. Ha perso il valore di credere in qualcosa, l’essere missionario, perché se non credi più in niente non sei missionario. Torniamo al discorso di prima. E questo mi dispiace.
Davide
Sei pura funzione allora.
Cristina
Forse sì.
Devo dire che questa deriva, questa tendenza si vede molto da come si trattano i morti. Cioè, l’empatia verso chi non c’è più o verso ciò che rimane di chi non c’è più. L’attenzione che tu dai ai morti, che sono gli ultimi degli ultimi, è un fortissimo segno di civiltà. L’hanno detto tanti prima di noi, ma vale la pena ricordarlo perché questo è un periodo in cui il morto è scotomizzato. Stanno calando le autopsie e sono cambiati anche i modi di disporre i morti nei cimiteri. Per non parlare degli animali! Se apriamo il versante animali questo conferma tutto quello che abbiamo detto.
Davide
Sul tema degli animali, ritornando al contadino, il rispetto era tutta un’altra cosa. Ho conosciuto, molti anni fa a Roma, uno degli ultimi macellai che lavorava al macello comunale. Stiamo parlando del ‘68 e questo signore aveva 95 anni. Sai cosa mi ha detto? “Non te devi mai abituà a scannà”. Perché lui scannava, nel senso che tagliava le carni. Quando me l’ha detto mi ha fatto venire i brividi: devi essere sempre consapevole di quello che stai facendo. Il suo era un rito, una liturgia. Me lo ricordo con i pastori. Quando doveva uccidere la pecora, il pastore, in silenzio e da solo, usava un coltello diverso dagli altri – aveva il manico di osso di corno, gli altri avevano il manico di legno. C’era una liturgia! Non a caso si chiama sacrificio, sacrum facere. Allora sì che c’era il concetto profondo della vita.
Cristina
Del rispetto per la vita che tu toglievi.
Davide
Oggi non c’è rispetto per la vita. Difatti è lo stesso per i polli così come per i barconi su cui arrivano i migranti. La stessa cosa.
Cristina
Lo sai che noi abbiamo lavorato molto anche con gli storici. Adesso stiamo lavorando sugli archivi di chi faceva il mio mestiere nel 1400, il catelano, che era il medico legale che andava casa per casa quando moriva una persona. Le descrizioni del catelano hanno un’empatia impressionante. Se vai a leggere quello che viene scritto oggi, i termini hanno perso quel connotato umano: nome, cognome, sesso, età, acuta insufficienza di circolo. Non c’è un minimo dettaglio contestuale, come se il gesto della constatazione di un decesso abbia perso l’umanità. Si capisce proprio che il linguaggio era un linguaggio più affettuoso. Non era meno scientifico, perché descrivono addirittura com’era il grasso sotto l’intestino, com’è stato il colpo, però è un linguaggio più empatico.
Davide
Sicuramente il catelano era un credente e aveva il concetto profondo della pietas.
Cristina
Infatti stiamo rivalutando tantissimo il passato rispetto al presente. Il 1400 milanese rispetto al 2000 di Milano, sembra ribaltata la situazione.
Davide
Fu creato il primo ospedale al mondo allora.
A proposito di questo, ti leggo una citazione del Costituto del Comune di Siena del 1309: “Chi governa deve avere a cuore massimamente la bellezza della città per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini.” Allora se questo è il periodo buio…
Cristina
Vorrei riuscire comunque a crearmi una prospettiva positiva. È molto difficile lavorare all’interno di un’università, perché il mio ruolo sarebbe quello di educare a tutto questo, ma senti che forse non riesci a cambiare veramente le cose. È molto pesante. Io non riesco a trovare la chiave di volta. È molto doloroso, è molto frustrante.
Davide
Però non bisogna a mio avviso cedere.
Cristina
E come facciamo?
Davide
Come dicevamo prima, la bottega, la mimesi.
Cristina
La bottega, è l’unica possibilità. Senza stare troppo a sofisticare.
Se non si andava a bottega non si imparava, è sempre stato così.