Dialogo con Corrado Assenza – #11

Più di mille chilometri di distanza separavano Davide da Corrado: il primo a Milano, il secondo a Noto. Il dialogo, di prima mattina, è quindi avvenuto via telefono. Il cellulare non rispondeva, perciò si è optato per una soluzione ormai desueta: il numero di casa.

Davide
Buongiorno Corrado Assenza.

Corrado
Buongiorno signor Davide.

Davide
Come stai?

Corrado
Io sto bene, tu come stai?

Davide
Molto bene. Poi quando ci lasciamo vado a San Vittore a fare un dialogo con la comunità carceraria per un progetto. Ne ho già fatto uno a Venezia ed è stata un’esperienza molto, molto tosta.

Corrado
Eh, beh, lì metti la mano proprio nella ferita, nella piaga.

Davide
Assolutamente.

Corrado
E lì si parla di verità, si parla schietti e di verità.

Davide
Vero. Vedi già, diciamo, è cominciato il nostro dialogo, perché quando si va verso la ricerca della verità si va, secondo te, anche verso il concetto di cura, di prendersi cura delle cose?

Corrado
Assolutamente sì. Bisogna avere cura delle cose, delle persone, della terra, del pianeta che ci accoglie, la generatrice della nostra energia primaria, che è quella del cibo. Oggi siamo distratti, siamo deconcentrati. Tutto ci sembra facile e possibile perché in mano abbiamo uno strumento che ci permette di essere connessi, di leggere, di scrivere, di guardare, di ascoltare musica, di fare tutto quello che crediamo sia necessario per la persona, ma in realtà non lo è. In realtà ci isola dalla realtà, ci astrae dal contesto in cui l’uomo ha vissuto per millenni e che l’uomo ha costruito. L’ultimo distacco dal reale è proprio nella perdita del significato della cura.

Davide
Su questo davvero non posso che essere d’accordo, perché la cura della terra, come hai detto tu, è la cura della fonte primaria, che non è solo fisica, ma profondamente spirituale, perché è la sintonia. Il prendersi cura è fondamentalmente comprendere e capire, perciò coltivare e conoscere, perciò entrare in armonia e in sintonia.

Corrado
Sì, prendere cura è dare il giusto peso, il giusto valore alle cose. Tanto al materiale quanto all’immateriale. Tanto al pensiero quanto al gesto. Tanto all’idea quanto al realizzato, e si articola nelle vite di ciascuno di noi. Non possiamo pensare di curare il pianeta, curare noi stessi, curare la società, se non abbiamo, come dicevi tu giustamente, la percezione che ogni piccolo frammento di vita va curato. Dove l’arte vada curata, dove l’arte vada insegnata e praticata quotidianamente, la cura della bellezza e dell’armonia, quell’armonia nel senso greco della parola.

Davide
Legame…
Quando tu dici l’arte è evidente che non intendiamo le arti, ma intendiamo le cose fatte a regola d’arte, perché appunto il casaro o il contadino, se sono dentro al concetto di cura, sono dei profondi artigiani, cioè praticanti dell’arte.

Corrado
Sì. Una delle prime cose da fare è ridare valore alle parole, il giusto valore e significato alle parole.
La parola artigiano contiene al suo interno “arte”: l’artigiano è colui che genera l’arte, non che la pratica, perché la frequenta quotidianamente, perché quotidianamente deve avere un prodotto da poter mettere a disposizione degli altri.

Davide
Assolutamente sì. Mi piacerebbe che tu raccontassi qualche esempio di artigiano e che cosa ha fatto o ha detto che ti ha colpito, che ti ha aperto un’ulteriore finestra, un’ulteriore immagine.

Corrado
Sono davanti ai miei occhi. Sono due persone a cui io sono particolarmente legato. Una purtroppo non c’è più, ma è stata per me uno dei più grandi maestri della mia vita. E il maestro chiaramente, come tu ben sai, è la parola più alta, che contiene tante altre parole e tanti altri modi di essere.
Era un contadino che ha avuto una vita iniziata a cavallo tra le due guerre mondiali, ha vissuto la seconda guerra mondiale ed è uscito dalla catastrofe grazie alla sua capacità di comprendere velocemente ciò che accadeva attorno a lui e di trovare immediatamente soluzioni e di adeguarle anche a discapito della sua salute.
Giorgio era di Frigintini. Faceva migliaia di chilometri l’anno in bicicletta e dopo in motocicletta, per vendere uova e galline ai mercati. Viaggiava con tutti i climi possibili e immaginabili per vendere uova e galline, perché era la sua attività. Poi tornava a casa e aveva l’allevamento da curare, aveva la sua piccola terra. Terra che lui era riuscito con il suo lavoro a ingrandire, con l’aiuto della moglie Concetta. Hanno ingrandito la proprietà terriera, comprando piccoli appezzamenti un po’ alla volta, fino ad arrivare ad avere un bel uliveto, che era il sogno di Giorgio.
E Giorgio è stato per me la persona che mi ha spiegato il concetto di qualità, mi ha fatto comprendere che cos’è la qualità e come nasce, come si semina.
Giorgio i suoi alberi d’olivo li amava, li conosceva uno per uno, li accarezzava, e la carezza poteva essere una forbice da potare, poteva essere un’accetta, poteva essere una sega, ma poteva essere anche il palmo della sua mano quando raccoglieva le olive. Se ne è andato cadendo nel suo uliveto, l’hanno trovato a terra. Non sappiamo se per un malore, oppure se la morte è stata causata dalla caduta, ma è morto tra i suoi ulivi. E se n’è andato lasciando un uliveto che era una meraviglia.
I suoi erano i più buoni oli del mondo, e non sono io a dirlo, ma García Santos, il grande critico spagnolo. Quando lui assaggiò l’Extravergine di Giorgio, diceva “questo è il migliore extravergine del mondo”. Perché era pulito, perché era vero, perché era talmente reale, emanato dal cuore e dall’intelletto di un contadino con le mani sporche di terra. L’olio era l’emanazione del suo corpo, del suo pensiero, della sua anima. Le cure che lui aveva per il suo prodotto erano le stesse cure che lui aveva per l’ulivo che produceva l’oliva e poi gli regalava l’olio. E ha stracciato i paradigmi dell’epoca: è stato il primo in Sicilia a credere a una raccolta anticipata delle olive. I suoi detrattori lo accusavano di lasciare l’olio negli alberi e di raccogliere olive e bacche senza olio. Lui aveva una resa bassissima, ma aveva un olio ricchissimo di polifenoli perché era un olio di oliva acerba. Aveva compreso prima della scienza, osservando empiricamente, che la qualità dell’olio risiede nell’anticipare la maturazione del frutto. E quindi rinunciava a gran parte del raccolto che lasciava negli alberi, ma quell’olio lasciato negli alberi lo avrebbe raccolto l’anno dopo perché era l’alimento della pianta per resistere agli inverni.

Davide
È la stessa cosa per le api col miele.

Corrado
Sì, esatto. È una regola della natura: l’albero non produce per noi, produce per sé. Se tu gli rompi tutto ciò che fa e non gliene lasci per nutrirsi, hai finito.
È la stessa cosa anche per gli animali che mangiamo e da cui prendiamo il latte. Il latte non è fatto per noi, è fatto per gli agnelli, è fatto per i vitelli, è fatto per i bambini. Quindi dobbiamo trovare una via d’uscita per rendere possibile la vita a chi ci regala tutto questo – alberi e animali – e prendere quello che ci serve senza esagerare.

Davide
Senti, ma Giorgio, visto che eravate diventati amici, mi farebbe piacere sapere come si rapportava a te, cosa ti diceva, cosa ti faceva vedere.

Corrado
Le nostre erano passeggiate in mezzo agli ulivi.
Giorgio forniva anche le arance per fare le marmellate e i canditi. Erano le arance che stavano in mezzo agli alberi di ulivo, quindi erano arance spettacolari. Noi avevamo un rito ogni anno: dovevamo raccogliere insieme le arance. Io andavo da lui per raccogliere le arance, non per prendere le arance raccolte. Le raccoglievamo e alla fine della raccolta c’era il pranzo. Si accendeva il fuoco, si grigliava la salsiccia, si riscaldava il pane, si condiva il pane con l’olio extravergine delle sue olive, origano, sale e peperoncino, e si mangiava. Si chiacchierava, si beveva un bicchiere di vino, si stava accanto al fuoco, perché eravamo in inverno, e passavamo la giornata così. Ed era una delle tante giornate. Poi ci trovavamo in casa: veniva lui a trovarmi, andavo io a trovarlo. Lui mi diceva sempre “tu sei il miglior venditore del mio extravergine: quando tu vai in giro per il mondo e c’hai sempre tra le tue mani la bottiglia del mio olio, io non ho bisogno di vendere l’olio, lo vendi tu per me, e in quel momento io ho già venduto l’olio. E l’ho messo nelle mani migliori che potessero averlo, le tue”.
E quindi ho portato l’olio di Giorgio sempre con me, perché era per me non solo un ingrediente, ma anche un esempio di vita, un modo di vita.

Davide
Beh, diventava un medium per te. Perché attraverso l’olio poi tu iniziavi un racconto, ossia facevi conoscere attraverso l’olio. Non vendevi l’olio, portavi l’olio, come dicevi tu, e raccontavi che cosa voleva dire e che cosa voleva dire Giorgio, giusto?
Proprio come hai detto tu, non aveva ulivi, ma ha comperato una terra, ha creato l’uliveto e poi osservando ha capito come funziona.

Corrado
È stato darwiniano senza conoscere chi fosse Darwin.

Davide
Quando si è così intimamente legati, intimamente in sintonia con le cose, le cose si intendono.

Corrado
Esatto. Ed esemplare è la storia di Franzino, il pecuraru. Franzino nasce pecuraru perché il papà era pecuraru, perché il nonno era pecuraru, perché il bisnonno era pecuraru.
Franzino diventa pecuraru titolare, chiamiamolo così, per disgrazia, per sciagura, perché suo padre muore. Suo padre lo trovano morto per strada. Muore in macchina nel luogo dove lui ogni giorno attendeva gli appuntamenti di lavoro. Aveva parcheggiato la macchina come tutti i giorni, era appoggiato al finestrino della macchina ma era morto.

Davide
Quanti anni aveva lui e quanti anni aveva il figlio?

Corrado
Franzino non aveva ancora 18 anni. Suo padre aveva 48-52 anni. Giovanissimo, ma distrutto dal lavoro. Perché il lavoro era terribile, orari impensabili, impossibili da vivere. Franzino dorme 3-4 ore a notte perché deve mungere gli animali la sera e portare il latte a casa perché non c’è. Lui è un transumante. Ha un po’ di terra accanto a sé, ma il fatto che le proprietà al nord sono diventate terreni tra i più ambiti al mondo, gli rende impossibile adesso avere il reddito sufficiente per allargare la proprietà terriera. E quindi è costretto a fare il transumante, ma essere transumante per loro era una questione, diciamo, atavica. È stato sempre così. Noto non è città di allevatori. Noto è città di pecorari, tanto che c’è anche una razza di pecore, la Noticiana. A Noto non ci sono bovini. I bovini sono nel Ragusano e nel Modicano.
Quindi Franzino, alla morte del padre, rimane solo, rimane con il gregge e c’ha manco 18 anni. Il giorno dopo il funerale me lo vedo arrivare in laboratorio. Dico “Franzino, e ora?”. “E ora sono qua”. “Che significa sono qua?”. “Mio padre mi aveva detto ‘se mi succede qualcosa, vai da Corrado’”. E quindi ho adottato Franzino.
Lui è di un’intelligenza fulminea, veloce, rapida, efficace, come la lama di una sciabola… di un fioretto più che di una sciabola. Il mondo stava cambiando: lui aveva poco tempo, doveva rinnovarsi, non poteva continuare come aveva fatto suo padre. Non avevano un caseificio, facevano la ricotta e i formaggi in luoghi di fortuna, in campagna dove capitava. Mungevano le pecore senza nessun criterio. E la cosa bella di Franzino è che comprende immediatamente tutto questo e si prende carico di tutto. Oggi per fare il pecoraro bisogna avere il gregge vaccinato secondo le regole della veterinaria e una posizione riconosciuta dal marchio dell’Unione Europea per il caseificio. Allora comincia a battagliare con gli uffici competenti, sia veterinari che sanitari, per avere un caseificio a norma.
Ha dovuto urlare, ha dovuto battere i pugni sui tavoli, ha dovuto fare il malandrino per avere giustizia, per avere quello che è giusto che avesse. Tutti gli dicevano “ma non ti preoccupare, tanto non ti serve, per avere un caseificio a norma servono soldi in più da spendere”. “No, no, no, io voglio essere in regola, io voglio andare in giro a testa alta”. Per lui voleva dire essere riconosciuto socialmente.
Oggi Franzino ha due figli, una moglie, la sua piccola azienda agricola, il suo greggio che è cresciuto nel corso degli anni, il suo caseificio lindo e pulito tutti i giorni. Ha i suoi animali, che sono animali da competizione, perché fanno le competizioni su Facebook, su Tiktok, che io non so più cosa sia, e ha milioni di visualizzazioni per ogni suo video.

Davide
E produce ricotta o anche formaggio?

Corrado
Per fare la ricotta bene, fa il formaggio. Quindi fa formaggio: pecorino, primosale, ricotta salata e ricotta fresca. Il suo caseificio, la sua azienda, sai come si chiama? La pecora nera, perché la pecora nera è lui, quello che tutto il mondo gli diceva di essere. “Non c’è problema, io sono orgoglioso di essere la pecora nera, di essere diverso da tutti gli altri”.

Davide
E adesso lui quanti anni ha?

Corrado
Adesso ha 50 anni.

Davide
Ah, avete trascorso assieme veramente un po’ d’anni, eh?
Ecco, questo è veramente un esempio virtuoso, come Giorgio in altro modo, del prendersi cura. Lui si è preso cura di sé stesso, ma nel nome del suo papà, e si è preso cura proprio di ciò che lui voleva da sé stesso. Perciò la cura è anche profondamente ascolto di noi stessi.

Corrado
E sapessi le doti uniche, sensoriali che ha Franzino. E’ un sensitivo.

Davide
Prova a dirmi delle cose che hai, diciamo, constatato su questo.

Corrado
Faccio un esempio. La notte prima che mio fratello è morto, Franzino l’ha visto. Me lo ha confessato quando ci siamo visti davanti a mio fratello dentro la bara. Mi ha detto “stanotte non riuscivo a dormire. Ho sognato che eravamo io e te insieme in campagna. Arriva un bambino che non riusciamo mai a raggiungere. Poi scompare. Quel bambino era tuo fratello”.

Davide
Questa è un’altra meravigliosa qualità che abbiamo tutti perso.

Corrado
Sì. Franzino non vede solo con gli occhi. Una cosa che mi fa immenso piacere, mi dà immensa gioia, è vedere in Franzino una persona che io ho conosciuto quando ero ragazzo e adesso da uomo puro. Franzino è la sommatoria dell’ancestrale con il moderno: se tu senti i suoi ragionamenti, i suoi discorsi, hanno all’interno le forme di rispetto ancestrale degli avi, ma sanno essere tiktok.

Davide
Ma questo equilibrio, perché è veramente una magia di equilibrio, lui lo deve al fatto di aver tenacemente realizzato ciò che voleva, ossia è andato alla ricerca di sé stesso fino in fondo.

Corrado
Senza rifiutarlo. Assumendosi l’onere e l’onore, senza cercare di deragliare da quello che era il disegno della sua vita. Anzi, assumendosi tutta la responsabilità del disegno. Che è quello che lo costringe a tante ore di lavoro, a poche ore di sonno, a lavorare in maniera disagiata, perché poi quando piove o ci sono 50 gradi, gli animali hanno bisogno di te. E tu ci devi essere.

Davide
È chiaro.

Corrado
Lui le conosce una per una.

Davide
Senti, abbiamo parlato dell’olio e abbiamo parlato della ricotta, nel senso più ampio. Adesso ci resta un altro protagonista della tua arte, che sono le mandorle. Anche qua immagino tu abbia evidentemente un protagonista o più protagonisti.

Corrado
Tanti protagonisti. È una platea di protagonisti.
A cominciare dai miei nonni. Io non li ho mai conosciuti, sono scomparsi prima che io arrivassi. Quindi le mandorle, quando ero bambino, arrivano da mamma e da zio. La mamma perché le utilizzava, lo zio perché coltivava la terra di famiglia, era il gestore dell’eredità della famiglia, e nella terra di famiglia c’erano i mandorleti. Quindi per me la mandorla comincia qui. Poi frequentavo il laboratorio di Caffè Sicilia da quando ero un bambinetto, da quando avevo 3 anni. Sono nato in mezzo alle mandorle.
Facevo compagnia a Roberto Giusto, l’unico pasticcere all’interno di Caffè Sicilia che non apparteneva alla famiglia titolare. Era il mio compagno di giochi. E poi il gioco è andato a finire in “vammi a prendere questo”, “fai quella cosetta”, “tu che sai dov’è, vai a prendere questa cosa”. I piccoli lavoretti.

Davide
L’iniziazione.

Corrado
L’iniziazione. Poi tutte le estati, quando chiudeva la scuola, il giorno dopo ero a lavorare con lui in laboratorio, e finivo di lavorare l’ultima domenica di agosto, quando c’era la festa del paese.

Davide
Che santo è il patrono?

Corrado
San Corrado. Sono nato il giorno della festa del patrono, quindi bisognava chiamarmi Corrado.

Davide
Certo, come succede sempre.

Corrado
Perciò attraverso di lui, attraverso Roberto Giusto, ho scoperto che ci sono qualità diverse di mandorle: un tipo è adatto per fare i biscotti, quell’altro no perchè non sanno di niente; altre erano adatte per fare la pasta reale, che ha tanto zucchero, quindi ci vuole una mandorla molto aromatica per sentire il gusto della mandorla. Questi erano i ragionamenti che lui faceva. E quindi da agronomo in pectore – volevo diventare agronomo, poi non ho mai finito l’università perché ho scelto di fare il pasticcere – apprendo il concetto di varietà all’università e con mio fratello ci mettiamo a caccia di quella varietà di mandorla, l’unica varietà che ci interessa, che allora non veniva commercializzata in purezza ma veniva mischiata con tutte le altre, che erano negli appezzamenti dei terreni. L’unica mandorla che veniva selezionata e venduta in purezza era la pizzuta d’acqua, perché era la mandorla che aveva una quotazione più alta, mentre quella utilizzata per i confetti era inarrivabile per la pasticceria perché costava troppo. Tutte le altre colture di mandorla venivano mischiate e vendute in maniera anche disomogenea: mandorla corrente si chiamava. Noi invece cosa facciamo? Pretendiamo la romana in purezza.
I commercianti non ci vengono dietro e quindi cominciamo a viaggiare in autonomia e a comprare direttamente dai produttori la mandorla romana in guscio. Nel frattempo arriva il progetto dei presidi di Slow Food, a cui chiediamo di costituire due presidi sulla mandorla in guscio. Uno dedicato alla romana coltivata in un territorio di Noto e un altro al pistacchio coltivato in un territorio di Bronte. Quindi se il mondo conosce il pistacchio come lo conosce adesso, è per colpa mia e di mio fratello. E nessuno lo sa. E noi non ce ne vantiamo neanche.

Davide
Giustamente. L’importante è che tu abbia fatto quello che hai fatto.

Corrado
Noi abbiamo fatto quello che ritenevamo essere utile e necessario per la collettività. Per chi passava la vita a coltivare mandorle e pistacchi.

Davide
E appunto, ritornando alla tua mandorla, mano a mano cosa è successo?

Corrado
Le proprietà terriere a Noto sono molto piccole. E la coltivazione della mandorla romana è nel territorio di Noto, fuori non ce n’è. Inoltre ci sono tutti piccoli appezzamenti, piccole proprietà: la mandorla romana produce poco. Ed essendo una mandorla a guscio duro, solo il 20% del peso di una mandorla in guscio, cioè di quello che la pianta produce, è commestibile. L’80% non lo è. Quindi per fare un chilo di semi di mandorla eduli, ci vogliono 5 kg di mandorle in guscio. Con le culture moderne, a guscio tenero, quelle che schiacciano le dita, c’è il rapporto opposto: l’80% è quello che mangi e il 20% è guscio. Ma quello che mangi è privo di materia grassa. Non ha gusto.
Ti sintetizzo tutto con un’espressione che poi è quella che ho coniato per potermi esprimere e far comprendere:

se tu cerchi una materia prima di qualità, tutta la tua attenzione deve andare sulla persona di qualità. Non potrà mai esserci un prodotto di qualità tra le mani di una persona che non è di qualità. Perché solo la persona di qualità ha la consapevolezza, la cognizione e la conoscenza della qualità. Che significa capacità di avere cura.

Davide
Assolutamente.
Tu, nella posizione in cui sei, come dicevi prima, sei maestro. Ma il maestro rimane sempre anche allievo, non trovi?

Corrado
D’accordissimo. E infatti io ho tanto da apprendere e da conoscere, dai giovani soprattutto. Adesso è mio figlio il mio maestro. Mio figlio lavora con me, ma è osservando lui che io imparo cose nuove.
Devi avere sempre la freschezza e la curiosità che ti spingono a conoscere e ad imparare. Se ti definisci finito, sei finito veramente.

Davide
No, se ti definisci che sai, sei finito.
Perché uno che dice “adesso ho capito tutto”… quello è il vero disastro. Allora lì è il concetto di invecchiamento.

Corrado
Sì. Dall’altra parte subentra un altro concetto fondamentale che è quello che sto comprendendo adesso: mi devo dirigere nell’ambito dell’idea del lasciare. È inutile che mi porti tutto dietro. Perché se ritengo che è stato interessante e utile per me, se ho avuto cura di alcune cose, è giusto che queste cose continuino ad avere qualcuno che le curi. E quindi io devo per primo promuovere il lascito.

Davide
Che cosa vuol dire lasciare veramente?

Corrado
Significa aver voglia di rimettere mano alla propria vita.

Predisporre una continuità di ciò che si è fatto, che qualcun’altro faccia meglio di me, meglio di noi. Perché, mi sono detto tra me e me “come fa un dolce come la cassata, come il cannolo, un’attività commerciale come il Caffè Sicilia, che ha più di 130 anni di storia, a essere dopo tanto tempo ancora propositivo e valido – sia la ricetta, che l’attività commerciale?”. È semplice: perché non ci siamo mai fermati. Anche le ricette non sono mai uguali. Perché la tradizione è ingannevole. La cosa che è vera, che è reale, che ti dà accesso al tempo è la cultura.

Davide
Assolutamente. E perciò prendersi cura, perché la cultura è coltivare le cose e per coltivare le cose bisogna curarle.

Corrado
Esatto. Questo è il segreto di Caffè Sicilia, che non è mai stato uguale a se stesso. Ogni generazione lo ha interpretato a propria maniera e lo ha legato alla contemporaneità in cui è vissuto. E lo stesso è per la ricetta della cassata e del cannolo. Mangiamo la stessa cassata di mille anni fa? No. Dobbiamo cercare la cassata di mille anni fa? No. Dobbiamo tenere viva l’importanza della cassata. Qas’at – nome arabo: dolce grande. Ma non era dolce e grande perché era grosso. Era dolce e grande perché era dolce e importante. Non era una cosa che potevi fare tutti i giorni. Era un dolce ricco, era un dolce con ingredienti preziosi, pregiati e non ce n’era in maniera continuativa per tutti i giorni. E quindi purché vengano tenuti validi e vivi questi valori, questi significati, oggi la cassata è ancora un dolce interessante e vivo perché l’abbiamo adeguata e aggiornata al gusto contemporaneo. Ogni generazione lo ha fatto.

Davide
Certo. Ma vedi, quando tu mangi un prodotto vivo, il prodotto vivo, come posso dire, dà vita dentro di te. Quando mangi un prodotto morto, vuol dire che è morto rispetto innanzitutto all’alimento fondamentale: il gusto. Perché il gusto è l’alimento primario. Dentro il gusto c’è tutta la ricerca che dici tu: la ricotta, la mandorla romana, l’olio se fai qualcosa con l’olio, tutto quello che abbiamo detto, giusto? Che è frutto, a sua volta, di altra cura e di materia viva. E se tu ti nutri di materia viva, sei vivo.

Corrado
Prendi il caso del panettone. Il panettone era una ricetta viva, un dolce vivo fino all’inizio degli anni ‘60. Poi l’industria lo trasforma in un prodotto televisivo, di grande massa, ma lo sviluppo ne condiziona il contenuto e lo ammazza. Il panettone torna ad essere vivo quando torna nelle mani degli artigiani. E rivive di contemporaneità, di bontà, di bellezza e di interesse, perché gli artigiani gli ridanno il lievito madre, la ricetta della farina, i canditi, tutto quello che sappiamo: i tempi, le attese, i sacrifici, le notti.

Davide
Esattamente così.
Secondo te, vedendo le cose, non da Caffè Sicilia, ma da Corrado, cittadino del mondo, che impressioni e sentimento hai rispetto a questa visione che tu, io ed altri abbiamo? Abbiamo cominciato con senso pessimistico, ossia che la gente non cura più la terra, ma dentro ad alcuni giovani c’è quello che noi abbiamo fino a qui, in questo nostro dialogo, detto ed affermato?

Corrado
Sì Davide, c’è. Ci sono i luoghi dove tutto questo avviene e risiede. Non sono la maggioranza, ma ci sono. Avendo girato il mondo – solo negli ultimi due mesi sono stato dal Giappone agli Stati Uniti, ho girato un bel po’ quest’anno – ti dico che c’è curiosità, c’è interesse, c’è voglia di tenere vivo tutto questo che abbiamo detto. Ci sono giovani che hanno cura.

Davide
Questo mi sembra il modo migliore per chiudere il dialogo, che spero possa essere stato utile anche per te. Ogni volta che faccio questi dialoghi, inizio con gli occhi chiusi e non mi faccio distrarre da nulla. Ti ringrazio.

Corrado
Grazie a te.

 

Questo dialogo fa parte del progetto editoriale Design della Cura.
Ogni mese pubblichiamo un nuovo dialogo sul tema, con personalità di spicco.

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