Dialogo con Stefano Boeri – #1

Il dialogo ha avuto luogo allo studio Stefano Boeri Architetti, nella dolce quiete di via Abramo Lincoln. Un tè caldo ha accompagnato la chiacchiera tra Davide e Stefano.

Davide
Quando ti dico “prendersi cura delle cose”, cosa ti viene in mente?

Stefano
Proprio qualche giorno fa mi ero imbattuto in una riflessione su un concetto per certi aspetti magico: il fatto di entrare in risonanza con altri ambienti e, soprattutto, altre persone. Accade a volte involontariamente, oppure può succedere quando fai un sforzo vero per guardarti con gli occhi della persona di cui vuoi prenderti cura. È un’empatia. E forse il primo modo di prendersi cura delle persone è provare a fare questo sforzo. Costruire una relazione che è, in un certo senso, una cassa di risonanza. Non lo puoi fare con un oggetto, lo puoi fare con una persona.
Faccio un esempio. Quando insegni – tu l’hai fatto e continui a farlo – ci sono dei momenti magici in cui ti accorgi che quello che hai detto o quello che gli studenti hanno detto crea una situazione in cui c’è una tensione, c’è una risonanza. È come se i neuroni a specchio funzionassero davvero: senti che si è tutti mossi da una stessa vibrazione, da una stessa tonalità. E questa è la cosa più bella e più difficile.

Davide
È bello il tema del risonare. È come quando uno fa vibrare il diapason e gli oggetti che sono dentro a quella frequenza risuonano tutti. La frequenza è questa onda, perciò è la sintonia, syntonia, lo stesso tono.
Prima però hai detto “con gli oggetti no”. Non sono sicuro. Tu sei un progettatore di oggetti. Come ti poni rispetto al progetto, rispetto all’esigenza dell’altro? Tu che fai questo mestiere.

Stefano
Quello che stai dicendo è che l’architettura può diventare quel diapason di cui parli. Cioè un elemento che mette in risonanza non solo chi progetta ma anche chi fruisce uno spazio.
Non so se questo sia davvero possibile. Diciamo che quando progetti, l’esercizio che devi fare è porti negli occhi dell’intelligenza di chi utilizzerà possibilmente e potenzialmente quello spazio. L’unico modo per progettare in modo intelligente, rispettoso e creativo è questo. Altrimenti, le oscillazioni dell’ambizione e dell’ottusità filologica ti ammazzano. Devi quindi avere una certa libertà. La libertà, secondo me, nasce dal fatto che cominci a fantasticare sul modo in cui gli altri potranno vivere quello spazio.
Come a Brescia (n.d.r. progetto Porte della Speranza – Brescia). Parlare con i carcerati per me è stato fondamentale, grazie alla possibilità che ci hai dato, perché ho capito di cosa potevano sentire il bisogno, l’esigenza, come avrebbero potuto vivere quello spazio. Le due porte creano idealmente quella risonanza, no? Quella sintonia.

Davide
Tu hai detto una cosa molto importante. Per realizzare l’oggetto, hai bisogno della libertà. Vorrei capire in che modo tu ti senti libero?

Stefano
Per un progettista l’assoluta assenza di condizioni vincolanti non è libertà, ma è di per sé assenza. Non sai dove andare, quindi non è il modo giusto di sentirsi libero. È molto più interessante quel senso di libertà che si ha quando tu hai dei confini, dei limiti, dei paletti che puoi saltare, rompere, girarci attorno. È questo il bello di chi lavora sulla fisicità delle cose. Posso esprimere un concetto libero solo se tengo in considerazione o mi prendo cura, se vuoi, dello stato di fatto delle cose. Sennò sarei condannato a un eccesso di vaghezza e potenziale inventiva che però non farebbe i conti con la trasformazione delle cose, che è quello che davvero interessa a me personalmente. Diciamo che quello che ho sempre fatto nella mia vita è far accadere le cose, sempre.

Davide
Ma per farlo bisogna innanzitutto conoscere, quantomeno gli elementi con cui fare le cose. E gli elementi non sono solo la materia, sono l’altro da te, lo spirito. È evidente che questa cosa poi entra nell’azione del prendersi cura. Prendersi cura appartiene al mondo del sentimento.

Stefano
E anche dell’intelletto?

Davide
Certamente, ma tu senti se conosci. Se non conosci, non senti. Più tu conosci, più senti. Possiamo chiamarlo, con un’idea diciamo “dantesca”, amore delle cose, amor di conoscenza.

Stefano
Quella è una parola potente e spesso anche molto generica, abusata. Diciamo che l’amore, quando c’è, è un sentimento che ti travolge, ti toglie la lucidità del prendersi cura. Gli amori profondi sono amori dove la ragione si sfilaccia.

Davide
Tu ti stai riferendo all’amore inteso come rapporto tra due persone. Quanto però ami la tua arte?

Stefano
Tantissimo. Quella però è più un’ossessione. Io uso la parola “ossessione” molto di più. La passione amorosa e l’ossessione sono due cose diverse.
Il fatto che lavoro ad esempio col verde e con gli alberi è un’ossessione. È un punto di ritorno continuo.
L’amore, la passione, le posso avere per alcune persone, per alcuni progetti particolari – per esempio questo di Brescia è un progetto che mi ha appassionato.
Non riesco a pensare all’amore se non alla relazione.

Davide
Ma se tu sei profondamente innamorato di una persona e, in parallelo, sei ossessionato da un progetto, queste sono due posizioni dove il sentimento è estremo e unico. È evidente che le due cose si toccano, non le puoi dividere.

Stefano
Non saprei. Sono tutte e due molto violente e in qualche modo non intenzionali. Non sono costruite dalla ragione. Quindi in questo senso hai ragione, sono due sentimenti che ti trascinano. Però sono anche diversi. L’ossessione nasce da te, mentre l’amore è il risultato di una relazione. Le ossessioni sono cose molto private, molto personali.

Davide
Ma anche l’amore si accende.

Stefano
Si accende, però è sempre una relazione.

Davide
Non dirmi però che non hai una relazione con le piante, ad esempio.

Stefano
Sì, ma è più un’ossessione.

Davide
Una relazione ossessiva.

Stefano
Se vuoi estenderlo, sì. Ti do ragione e ti racconto una cosa molto bella a proposito delle piante. Una volta intervistai Abbado. Entrambi grandi appassionati di piante, ma lui era veramente fissato: ovunque andasse, portava con sé un piccolo orto botanico con cui riempiva la casa che abitava.
Mi raccontò che si ritirava d’estate nella sua casa in mezzo ai boschi a Engadina, in Val di Fex, e usava le piante per modernizzare le sinfonie dei concerti che doveva dirigere. Si ricordava tutti i suoi lavori a memoria, non aveva bisogno di spartiti. Probabilmente proiettava un particolare movimento o adagio, ad esempio, su una quercia o su una radura. Il fatto incredibile è che quando l’anno dopo tornava e ripeteva la stessa azione, percepiva qualcosa di diverso nella musica perché le piante erano cresciute, l’erba era stata tagliata o altro. È come se la natura, a cui uno proietta una certa memoria, restituisse un messaggio diverso. È una cosa fantastica no? Se consideriamo il concetto di risonanza di cui parlavamo prima.

Davide
È meraviglioso, ma ti dirò di più. Lui vedeva la natura cambiata, ma anche lui era sicuramente cambiato. Se avesse fatto l’adagietto di Mahler in un certo modo, l’anno dopo l’avrebbe interpretato in maniera diversa. Perché le note non vogliono dire niente, dipende da come tu le leggi.
Ricordati sempre quello che affermava Vitruvio: “l’architetto non è un musico, ma deve sapere di musica; l’architetto non è un grammatico, ma deve sapere di grammatica” e così via dicendo. Oggi purtroppo si è perso questo, ma allora venivano messi assieme tutti i saperi e venivano coordinati in un unico senso del tutto. Tant’è vero che secondo lui l’architetto deve avere una cultura enciclopedica, a 360 gradi.

Stefano
Olistica. Bellissimo.

Davide
Perciò il prendersi cura, cioè far diventare la cura un design, ossia un progetto, ti suona come cosa?

Stefano
Certo, mi suona, mi suona tantissimo. Il prendersi cura sembra un po’ anche una rinuncia: rinunci a una parte di te, perché sei talmente proiettato verso quello che stai curando, che dimentichi un pezzo di te stesso.

Davide
Cosa vuol dire che dimentichi un pezzo di te stesso?

Stefano
Oggi ad esempio mi è capitato tra le mani una lettera. Nel periodo post-COVID, mi hanno proposto di fare il Supersalone – il Salone temporaneo. Mi ricordo che al primo CDA ho proposto una serie di cose che mi hanno bocciato. Allora scrissi una lettera che ho trovato oggi e che mi ha fatto piacere rileggere, in cui dicevo “o facciamo come io suggerisco o trovate un altro”. Alla fine mi hanno detto di sì e siamo riusciti a fare questa follia.

Davide
Me lo ricordo benissimo.

Stefano
Quello è stato un momento in cui, sostanzialmente, come dire, avrei potuto e dovuto fare altro, ma mi sono preso cura, in modo appassionato, di quella storia, rinunciando a molte altre cose.
Mi sono appassionato di un progetto che mi ha tolto tutto il tempo, per cinque o sei mesi.

Davide
Avevi la passione per un progetto di utilità comune, pubblica. Del resto, quello che ti ha reso famoso, è una cosa che riverbera moltissimo all’esterno. La gente lo viene a vedere, come fosse un monumento.

Stefano
Perché è unico, in un certo senso. Può piacere o non piacere, come succede normalmente, però la sua immagine è indiscutibile.

Davide
Sì, ma soprattutto il valore simbolico che ha preso. Pensa a San Pietro, al di là della cupola meravigliosa o del colonnato. È un simbolo: ferirlo vorrebbe dire ferire una visione del mondo. Sia chiaro, in maniera completamente diversa, ma ipoteticamente, se uno venisse a tagliare alcuni alberi del tuo Bosco Verticale, sarebbe uno sfregio, non solo all’architettura, ma a un simbolo.
Per questo il concetto di monumento, nel senso che il tuo progetto, la tua idea, è diventata un “memento”. Ha coagulato tutta una serie di temi, di aspettative, di timori.

Stefano
Di leggende, di incubi, di invidie, di tutto. Certo.

Davide
Cos’è nella tua arte la cosa che più ti manca? Cos’è che vorresti?

Stefano
Io credo di essere soprattutto un bravo capo-redattore, come lo sei anche tu. Mi riferisco all’abilità di scegliere le persone, scovare i talenti e valorizzarli.
Naturalmente in questo lavoro si crea una grande struttura. Questa struttura ti permette di produrre idee e realizzarle, perché senza di essa non faresti nulla. Devi saper governare le aspettative, i bisogni, gli scazzi, i conflitti, è anche un lavoro molto psicologico e di sensibilità. Prima vi ho chiesto se potevate aspettare qualche minuto perché una persona in studio ha avuto una reazione legittima, ma da gestire subito piuttosto che lasciarla correre e affrontarla domani.
Quindi ti prendi cura di questo sistema di relazioni, ti prendi cura di queste sensibilità, ogni tanto a scapito del fatto di poter produrre una cosa, progettare uno spazio, disegnare un mobile, disegnare una casa. Ma è la vita che è così. Ed è giusto che sia così.

Davide
E una cosa che non hai mai fatto come architetto ma che ti piacerebbe fare?

Stefano
Mi piacerebbe progettare uno stadio di calcio. Il calcio è un’altra mia passione totale. Un’amore quasi (n.d.r. ride).

Davide
Allora colgo questa tua provocazione per farti un’altra domanda sull’amore. Quanto è veramente importante, per te, essere innamorati?

Stefano
Direi che è fondamentale. C’è qualcosa di enigmatico che non è facilmente controllabile in modo razionale e che, se non c’è, diventa un vuoto. Dopodiché, se la persona con cui pensavi di poter vivere questa esperienza non è quella giusta, per diverse ragioni devi trovarne un’altra.

Davide
Quando tu dici vuoto, detto da te che eserciti l’arte dell’architettura, cosa intendi?

Stefano
I vuoti sono importantissimi nell’architettura. Diventano spazi e reagiscono, cambiano, curvano. Sono una tentazione che devi sviluppare. Per capire come riempirli, devi provare a farli reagire. Per noi architetti può voler dire collocarci una cosa al centro, chiuderli in una parte, aprire una prospettiva che non c’era prima. Poi vedi come reagisce questo vuoto, questo guscio, questo concavo, e in base a quello capisci qual è la soluzione migliore per quella specifica necessità. Ogni volta cambia la necessità, che sia una mostra, un happening o altro.

Davide
I vuoti ti seducono. Quindi sei sensibile alla seduzione?

Stefano
Certamente. Bisogna lasciare aperta sempre una porta alla seduzione, sia nel lavoro che nella vita.